Estratti da: “En el huracán catalán. Una mirada privilegiada del procés” un libro di Sandrine Morel Ed. Planeta 2018 

Capitolo 20
El 1-0. Ed è successo ciò che temevo sarebbe successo

Tutto è già pronto per il referendum illegale e ad alto rischio. Nei giorni scorsi, alcuni integranti delle file indipendentiste hanno cercato di convincere Puigdemont a rinunciare alla convocazione. Così mi ha assicurato poi un rappresentante del PDeCAT alla Camera dei Deputati che temeva che la votazione scatenasse la violenza.

Il 1 ottobre, appena alzata, vado al collegio elettorale di Fort Pienc. Cosa succederà? Tutto mi sembra possibile. L’ordinanza del tribunale che esige ai poliziotti di requisire le urne stabilisce che l’operazione non deve alterare la «pace sociale», cosa che lascia ampio margine di interpretazione. In ogni caso, mi sembra evidente che i seimila agenti dispiegati sul territorio da metà settembre non si limiteranno più ad agire come mere comparse, perché è ovvio che la loro presenza non ha avuto alcun effetto dissuasore.

Quando arrivo al collegio, intorno alle otto di mattina, trovo una coda lunghissima che fa il giro dell’edificio. Il centro non ha ancora aperto ma molte persone sono venute alle cinque di mattina per dissuadere gli agenti dall’intervenire. I genitori, barricati nella scuola con le urne —arrivate poco prima con la macchina di un attivista anonimo—, bloccano le porte dall’interno. Parlo con diverse persone. Alcune espongono con calma i loro argomenti a favore dell’indipendenza. Altre esprimono apertamente il loro odio per la Spagna. C’è chi si limita a invocare la necessità che prevalga la democrazia.

[…]

Dopo aver verificato l’assenza di poliziotti  nei dintorni, salvo due mossos che parlano appoggiati a una parete di fronte alla scuola senza fare attenzione alla folla, decido di andare in altri collegi elettorali. Prima mi hanno invitato a partecipare alle nove al programma A vivir que son dos días dell’emittente Cadena SER. Arrivo tardi alla radio, in via Casp, ma avevo già avvertito la produzione che la mia priorità era coprire la votazione. Appena entrata in studio —in cui si trovano già i corrispondenti Raphael Minder, del New York Times, e Hans-Günter Kellner, della radio tedesca Deutschlandfunk— e vedo negli schermi le prime immagini delle cariche della polizia, faccio dietro front e vado via. La violenza di queste immagini si scontra con la tranquillità che regnava nella scuola di Fort Pienc. Spiego alla produzione del programma che, date le circostanze, devo andare immediatamente sul luogo della notizia. Pur supponendo che sarebbe intervenuta la polizia, non mi aspettavo queste immagini così scioccanti.

A meno di cento metri da lì, davanti alla scuola Sagrat Cor de Jesús, proprio in via Casp, la gente fa coda per votare, ma lamenta problemi tecnici in corso. Il Governo spagnolo ha comunicato di aver disattivato il sistema informatico di conteggio, ma la Generalitat sta lavorando senza sosta per ripararlo.

[…] Diego Torres, un collega del sito Politico.eu mi comunica che ci sono tafferugli alla scuola Ramon Llull. Prendiamo un taxi insieme con Georges Bartoli, il fotografo che sta coprendo la votazione per Le Monde. Quando arriviamo, c’è ancora molta gente. In gruppetti, sui marciapiedi, in mezzo alla avenida Diagonal, i presenti parlano dell’accaduto. Mi avvicino a un’ambulanza che vedo un po’ più in là. Riesco solo a vedere che gli infermieri caricano un signore sulla barella, con una ferita vicino all’occhio. Un ragazzo che dice di essere giornalista chiama vari colleghi. Mi avvicino a lui. Prende dalla tasca una proiettile di gomma e ci assicura che la polizia si è messa a sparare, «all’improvviso», sulla folla. Me lo passa, spiegandomi che in Catalogna è proibito usare questo tipo di proiettili. Ne verifico il peso, impressionata, e glielo restituisco. Non capisco la decisione della polizia di usare questi proiettili. Decido di cercare altri testimoni, ma molte delle persone che si trovano lì sono arrivate dopo lo scontro. Vado verso una giovane coppia, con felpe con cappuccio e piercing, che parlano dell’accaduto. Il ragazzo mi descrive come si sono svolti i fatti: la polizia è arrivata e ha cercato di entrare nella scuola per prendere le urne, i manifestanti hanno opposto resistenza e, alla fine, gli agenti sono riusciti a entrare e a strappare le urne dalle mani degli organizzatori. «Quando sono usciti, i poliziotti volevano andare per questa strada, ma decine di persone hanno bloccato la strada, e continuavano ad arrivare rinforzi perché abbiamo diffuso le informazioni per messaggio. I poliziotti hanno tentato allora di andare nell’altra direzione, ma gli abbiamo tagliato la strada anche di là. Li abbiamo circondati!», conclude, con orgoglio ed entusiasmo, senza sembrare rendersi conto di quello che comportano le sue parole. In definitiva, hanno circondato alcuni poliziotti armati, gli hanno tagliato la strada, gli hanno teso un’imboscata.

[…]

Vado in hotel per iniziare a scrivere. Rivedo su TV3 le immagini delle cariche della polizia che vanno a ripetizione. Sono dure. Non credo che la loro forza risieda nella violenza che si vede. Sono immagini normali ogni volta che i poliziotti disperdono i manifestanti. Colpiscono perché, mentre siamo abituati a vedere giovani anarchici o antisistema ricevere manganellate nelle manifestazioni contro la globalizzazione o l’austerity, non siamo abituati a vedere anziani, madri di famiglia, impiegati statali o vecchiette —queste borghesi di una sessantina d’anni, con i capelli perfetti, che rappresentano la società tradizionale catalana, trascinati a terra. Ancora meno per aver protetto urne. L’impatto è devastante per l’immagine dello Stato.

Eppure, la sorpresa e la collera dei dirigenti indipendentisti non combaciano con ciò che mi hanno detto e ripetuto per mesi. Per molti di loro, era necessario premere sullo Stato fino a portarlo a una situazione limite e obbligarlo così a reagire, per quanto possibile anche sproporzionatamente. Il silenzio e l’indifferenza di Rajoy risultavano loro insopportabili perché non lasciava loro spazio né per avanzare né per arretrare.[…]

Capitolo 21
Una difficile digestione

[…] In questo periodo e per giorni e giorni, TV3 continua a diffondere a ripetizione le immagini della violenza della polizia con scuse diverse e variopinte. Una ragazza ferita, che aveva giurato che un agente le aveva rotto le dita di una mano una per una, si vede obbligata a rettificare e riconoscere che, in realtà, ha solo una capsulite, un’infiammazione, in un dito solo. Invece, l’uomo che io stessa avevo visto in barella ha perso la vista da un occhio. La storia che stava andando a casa quando ha ricevuto lo sparo è stata corretta dalle immagini in cui si vede come, prima, aveva lanciato una transenna contro i poliziotti e aggredito uno degli agenti, cosa che non giustifica l’uso di proiettili di gomma. Comincia anche a crescere la polemica attorno al numero di feriti. In Catalogna, le autorità parlano di oltre ottocento infortunati. Decido di mettermi in contatto con la caporedattrice in Spagna dell’agenzia France-Presse (AFP), Michaëla Cancela-Kieffer, per verificare perché quest’agenzia di notizia francese sia l’unica a parlare di «almeno novantadue feriti». Mi spiega quanto risulta difficile nel suo lavoro non farsi manipolare da possibili informazioni false: «Domenica 1 di ottobre, quando ho chiamato l’ufficio stampa del Departament de Salut della Generalitat, a metà giornata, mi hanno detto che circa quattrocento persone avevano ricevuto assistenza sanitaria. Ho chiesto che significasse, se, per esempio, le persone che si recavano per un mal di testa o per un attacco di ansia entravano nelle statistiche. La risposta che mi hanno dato è stata “sì”. Ho chiesto quindi di avere i dati ben dettagliati. Risulta che il numero di pazienti considerati feriti era novanta. A questi andavano aggiunte due persone ricoverate. La polemica attorno alle cifre è poi aumentata e, nel corso della giorno della giornata, l’ufficio stampa ha bloccato le informazioni. Quando abbiamo richiamato, si sono rifiutati di fornirci i dati dettagliati » […]

I dirigenti della Generalitat sono convinti che le immagini delle cariche della polizia siano abbastanza dure da far reagire Bruxelles. Ma si sbagliano. Credono che, se si spingono oltre, Madrid applicherà l’articolo 155. E mi avvertono, con tono sicuro: se il Governo centrale sospende l’autonomia della Catalogna, l’Europa interverrà. Anche in questo si sbagliano, ma ancora non lo sanno. Chiedo della questione a un diplomatico francese, che non nasconde la sorpresa. «Perché dovrebbe scandalizzarci questa sospensione?», mi dice, preoccupato per l’irresponsabilità dei leader della Catalogna, che, secondo lui, non hanno imparato che molte delle grandi catastrofi della storia sono state frutto di una successione incontrollata di avvenimenti. Mi spiega che si sente deluso perché, dall’estate, quando i moderati hanno abbandonato la nave, nella Generalitat non resta un solo interlocutore “sensato”.[…]