Originale: “Infantilismo, victimismo… nacionalismo”. Teodoro León Gross. El País. 

L’indipendentismo ha percorso il “procés” attaccando lo Stato a suo piacimento come se godesse di una legittimità illimitata

Giorni fa, nel flusso di grandi titoli eclatanti del procés, è stato pubblicato un evento delizioso: Jordi Sánchez, leader della ANC, chiedeva un trasferimento di modulo in carcere perché un detenuto gli aveva gridato “Viva la Spagna!”. L’aneddoto, trasformato in categoria come proponeva D’Ors, è di una grande forza rivelatrice. Questo Jordi Sánchez è lo stesso personaggio che si è occupato di organizzare il sabba del 26 agosto per trasformare la manifestazione contro il terrore jihadista in una rozza imboscata contro il Re e Rajoy, accerchiati da personaggi scontrosi con striscioni insidiosi; sì, lo stesso leader delle masse senza scrupoli dei tafferugli del 20, sempre disposti a mettere in pratica o giustificare offese ai simboli della Spagna –dal bruciare bandiere al fischiare l’inno negli stadi– come atto sacro della libertà di espressione… E risulta che questo agitatore si è crucciato afflitto da un Viva la Spagna! Incredibile, non per un urlo violento contro la Catalogna, ma per un modesto Viva la Spagna. Un’allegoria del fariseismo morale nazionalista: pugno di ferro, mascella di vetro.

L’indipendentismo ha percorso il procés fino alla dichiarazione di indipendenza dello scorso venerdì attaccando lo Stato a suo piacimento come se godesse di una legittimità illimitata. E, questo sì, stracciandosi le vesti a ogni risposta dello Stato. Si tratta di un’espressione, molto caratteristica nel nazionalismo, della “tentazione dell’innocenza” di Pascal Bruckner, questo infantilismo sociale che consiste nel godere di tutti i benefici della libertà senza pagare nessuno dei suoi svantaggi. E naturalmente senza assumersi alcuna responsabilità. Gli indipendentisti agiscono come se sfidare lo Stato di diritto dovesse essere completamente gratis, avallati dall’incontro truccato del 1 ottobre o da finzioni come la loro annessione nel 1714. Stanno trasformando in vera la vecchia battuta di Francesc Pujol che diceva che sarebbe arrivato un giorno in cui i catalani, per il semplice fatto di essere catalani, avrebbero potuto girare il mondo senza pagare. “Si vuole umiliare la Catalogna” gridano a gran voce se si reagisce. Sferrano un colpo di stato, ma denunciano di essere loro a subire il colpo di stato con l’articolo 155. “Il mondo è pazzo quando un leader eletto che esige l’osservanza di una costituzione democratica è accusato di sferrare un colpo di stato, ma è quello che è successo in Catalogna questo mese”, pubblicava in un editoriale di questa settimana il WSJ.

Le menzogne secessioniste sono insostenibili –dal diritto di decidere o la permanenza nella UE fino alla moltiplicazione delle entrate fiscali nonostante la fuga di centinaia di aziende– ma è facile costruire il racconto della colpa della Spagna, perfino rimanere aggrappati al franchismo e dare a bere “un colpo di Stato del nazionalismo spagnolo”. E battono continuamente sulle fandonie vantaggiose: usare l’articolo 155 come causa per vulnerare la legalità, non come conseguenza dell’aver vulnerato la legalità. In definitiva, il vittimismo è il combustibile del nazionalismo, come ammoniva Tzvetan Todorov in Gli abusi della memoria. È tutta colpa degli altri. E così sono legittimati dal motto Espanya ens roba [la Spagna ci deruba, NdT] alle cariche della polizia, ribattezzate sfacciatamente Bloody Sunday dalla signora Puigdemont. Cose da pazzi. Il procés, ad ogni modo, farà indubbiamente storia: sarà studiato nelle università di tutto il mondo come una delirante escrescenza del vecchio nazionalismo nella prospera Europa democratica del secolo XXI, un caso di alienazione.