Originale: “No son dos nacionalismos enfrentados ”. Antonio Gª Maldonado. The Objective

Esiste il nazionalismo spagnolo? Sì, senza dubbio. Quarant’anni di dittatura franchista lo hanno incastonato come minaccia latente con occasionali focolai di bestialità. E perdurano simboli vergognosi che offendono tutti i democratici, come il santuario fascista di Valle de los Caídos o le fosse comuni mai aperte. La Spagna è, dopo la Cambogia, il paese con il maggior numero al mondo. È, come ogni nazionalismo, esacerbato, sgradevole, ottuso e potenzialmente violento.

Ma è un residuo e non ha nulla a che vedere con la risposta che lo Stato democratico e la società civile stanno contrapponendo a un altro nazionalismo attualmente nel suo programma di massima: il secessionismo catalano. Alcuni particolari simbolici, nel loro aspetto aneddotico, rivelano fino a che punto arriva il disequilibrio nella sfumatura nazionalista da un lato e dall’altro: basta confrontare quante volte si è sentito Els Segadors [l’inno catalano, NdT] nel Parlamento catalano e quante volte si è sentito l’inno di Spagna nella Camera dei Deputati. E ancora: basta confrontare cosa viene detto quando lo si sente da una parte (niente, rispetto per la loro cultura) e cosa si direbbe se lo si sentisse dall’altra (scenario franchista).

C’è solo una parte nell’irredentismo politico nazionalista, i difensori del Procés. Dall’altro lato c’è –con le eccezioni residuali cui si è accennato– un patto costituzionale. Perfettibile, migliorabile, ma aperto a un approfondimento del federalismo, al blindaggio delle competenze, all’assunzione dei simboli nazionali catalani. E le spiacevoli cariche della polizia del 1 ottobre non cambiano il fatto che solo una delle parti sta attuando il proprio programma di massima, non l’altra. Tutti abbiamo delle aspirazioni ideali, ma le uniche che sembrano legittime e “democratiche” sono quelle cui aspirano i nazionalisti catalani.

All’indipendenza no è stata contrapposta la ricentralizzazione totale dall’altro lato, ma il federalismo. Perché? Perché c’è solo un nazionalismo in questo conflitto. Che cerca di imporre la sua idea alla metà della propria società e al resto del paese. Il pareggiamento nella contaminazione nazionalista è uno schema che troppi nel resto della Spagna hanno accettato, proprio perché siamo un paese molto poco nazionalista. Le bandiere sui balconi dicono “ora basta” prima che “Viva la Spagna”. E quanta fortuna abbiamo.

“Di pietra sia lo spirito mio,” ha scritto Rilke da Ronda quando stava per lasciarsi alle spalle i paesaggi bucolici che vedeva dall’hotel Reina Victoria e tornare nella grande città. E non mi viene in mente miglior rimpianto per esprimere il disagio davanti alla costanza e agli sconvolgimenti del folle Procés nei nostri mezzi, nelle nostre conversazioni. Contaminando con il virus nazionalista la nostra vita pacifica in un paese democratico e sviluppato dell’Europa del secolo XXI.