Originale: “Cataluña: el asalto al lenguaje”. Manuel Arias Maldonado. Revista de Libros. 

È ben noto che, soltanto due anni dopo la sconfitta del nazismo, il filologo tedesco Viktor Klemperer ha pubblicato un libro di formidabile importanza –dal titolo LTI. Notizbuch eines Philologen– che documentava, a partire dagli appunti presi quotidianamente dall’autore a partire dall’arrivo di Hitler al potere, base anche di un diario personale di alcuni volumi pubblicato nel 1995, l’attribuzione di un nuovo significato al linguaggio portata avanti dall’apparato politico nazista. Lingua Tertii Imperii: la lingua del Terzo Reich. O, com’egli stesso illustra, il «discorso del nazismo»: dall’uso costante dell’“eroismo” associato al militarismo alla “maledizione del superlativo” che caratterizza il suo discorso politico. Klemperer analizza con freddezza come il totalitarismo hitleriano sia riuscito a mettere fine alla nozione di verità pubblica e a distorcere l’uso delle parole per far loro dire ciò che i loro dirigenti volevano che dicesse. “Quanti concetti e sentimenti hanno disonorato e avvelenato”, lamenta. E noi, settant’anni dopo, non possiamo fare altro che annuire tristemente.

È evidente che nulla di simile al nazismo è apparso sul nostro orizzonte. Ma stiamo subendo le miserabili conseguenze politiche di un’altra riuscita operazione di contaminazione linguistica, che è ciò che l’indipendentismo catalano ha svolto negli ultimi anni. Non è un effetto collaterale, né il prodotto di una contaminazione spontanea: la cosiddetta tabella di marcia dell’indipendentismo aveva ben chiaro in mente sin dall’inizio –è addirittura scritto nero su bianco– che fosse necessario sovvertire il linguaggio, distorcendo il senso normale delle parole, in modo da diffondere a sufficienza nel corpo sociale un significato favorevole ai loro fini. Solo così sarebbe stato possibile accumulare il capitale politico necessario per sfidare lo Stato dal potere dell’autonomia e farlo, come abbiamo visto con perplessità, fino alla fine. O quasi: questo fine settimana inizieremo a saperlo. Possiamo, quindi, parlare senza complessi di “discorso dell’indipendentismo”, recentemente sostenuto anche dai partiti di estrema sinistra (Podemos e Comunes) che si sono allineati con le forze separatiste e apportano, occasionalmente, i propri ritrovamenti concettuali.

È necessario ribadire che viviamo in una società pluralista che gode di un’ampia libertà di espressione e, di conseguenza, l’indipendentismo non può monopolizzare gli strumenti attraverso i quali il linguaggio pubblico si presenta alle orecchie dei cittadini. Eppure, il successo dell’attribuzione di un nuovo significato indipendentista non è gratuito. Alcuni mezzi decisivi sono sì stati utilizzati per questo fine, che, per il resto, usa a suo vantaggio logiche sociali descritte da psicologi e sociologi: spirali di silenzio, dinamiche di emulazione, pressione sociale. In aggiunta, non solo i mezzi di comunicazione pubblici, ma anche la maggior parte dei mezzi privati (e i social network) si sono fatti eco di questo linguaggio, contribuendo così in misura decisiva alla sua diffusione insidiosa in alcuni anni di crisi in cui la ricettività dei cittadini al nuovo linguaggio è aumentata considerevolmente: ancora una volta è necessario ricordare che, nel 2006, solo l’11% dei cittadini catalani appoggiava l’indipendenza. Ciò suppone, tra l’altro, che ogni evento accaduto da allora è stato utilizzato dall’indipendentismo: ciò che importa non è quello che accade, ma il modo in cui lo percepiamo. E i gramsciani concorderebbero che non può essere una coincidenza che siano proprio le élite catalane −per definizione più influenti nella definizione del contenuto della comunicazione− quelle che con più impegno hanno perseguito l’indipendenza. I dati al riguardo sono definitivi: più alto il reddito, maggiore il desiderio di indipendenza. E, chiaramente, più alto il reddito, più alta l’influenza.

Indubbiamente, sono necessari altri fattori per spiegare un fenomeno che ha accelerato la maggiore crisi costituzionale della Spagna democratica. Eppure, il linguaggio ha un’importanza singolare a causa del suo carattere costitutivo: non è necessario essere lacaniano per riconoscere che il linguaggio è più di un semplice mezzo di comunicazione interpersonale. È attraverso il linguaggio che vediamo la realtà, con l’ausilio indispensabile degli affetti; affetti che, mettendo da parte le emozioni più basilari legate alla sopravvivenza, sono anche plasmati dal linguaggio o, se si vuole, si trovano interconnessi con esso in modo complesso. Di conseguenza, il linguaggio stesso acquisisce una valenza affettiva: i concetti politici risvegliano in noi certe sensazioni o emozioni, spesso legate al senso di appartenenza ad un gruppo sociale o tribù morale.

Non è questo il luogo per presentare uno studio dettagliato del “discorso indipendentista”, possiamo però abbozzare una descrizione dei suoi campioni più rappresentativi. Esprimono tutti una volontà sovversiva che rende notevolmente difficile ogni dialogo politico degno di tale nome: tale è la divergenza tra il significato usuale −storicamente diffuso− delle parole o dei concetti e del loro significato sopravvenuto. In ordine alfabetico:

Catalogna. Sono catalani, sono buoni catalani, coloro che sostengono l’indipendenza e non sono catalani, o sono cattivi catalani, coloro che non la sostengono. Facendo costante riferimento a “i catalani” e a “la volontà dei catalani”, il nazionalismo mira a un effetto metonimico per cui il tutto (Catalogna) è indicato dalla parte (gli indipendentisti). Di conseguenza, coloro che non sposano il nazionalismo − o, in alternativa, considerano sé stessi catalanisti non indipendentisti− sarebbero tagliati fuori da una definizione restrittiva di Catalogna e dell’essere catalani. Basta ricordare come persone molto rilevanti nella cultura catalana come Juan Marsé sono stati classificati come “rinnegati”, traditori della Catalogna, per non aver sottoscritto il pensiero indipendentista.

Democrazia. Nel nostro sistema politico, che corrisponde alla forma della democrazia costituzionale, la democrazia è una democrazia rappresentativa e pluralista soggetta a garanzie come lo stato di diritto, la separazione dei poteri (compresa l’indipendenza della magistratura) o le istituzioni contro-maggioritarie. Quando l’indipendentismo parla di democrazia, invece, si riferisce solitamente a qualcosa di diverso: una democrazia plebiscitaria o per acclamazione, in cui la volontà sovrana del “popolo” sta al di sopra della legge. Esiste un’unica democrazia, quindi, ed è quella che farebbe possibile sulla carta il raggiungimento dell’obiettivo dell’indipendenza. L’Assemblea plenaria del Parlamento catalano del 6 settembre costituisce una riuscita messa in scena −o anteprima− della stessa; la Legge di Transitoriedad approvata il giorno dopo, dal canto suo, anticipa un regime dalle sfumature illiberali in cui sono indebolite le garanzie ordinarie del costituzionalismo. Ancora di più: quando si identifica il catalano con l’indipendentista e la democrazia con il plebiscitarismo si rende possibile screditare il “cattivo catalano” come un “cattivo democratico”. Due al prezzo di uno! Analogamente, la Spagna non sarebbe una vera democrazia e per questo l’indipendentismo viene a presentarsi occasionalmente come disinteressato complice nella necessaria rigenerazione del marcio corpo politico spagnolo.

Diritto di decidere. Astuto sintagma che difende l’idea che esiste un demos catalano legittimo che deve decidere da sé il suo futuro svolgendo un referendum di indipendenza, anche se il senso di ciò che si “decide” rimane fuori dalla frase. La sua efficacia è tale che i catalani che dicono di voler votare sono molti di più di quelli che dicono di voler votare a favore dell’indipendenza, malgrado il fatto che l’indipendenza sarebbe molto più probabile se si arrivasse a votarla. Si verifica così il paradosso per cui un diritto inesistente nelle circostanze qui presenti –il diritto dell’autodeterminazione– è presentato in phantasma come un diritto inalienabile dei cittadini catalani. E la democrazia è implicitamente presentata come quel regime politico che deve consentire che si voti qualsiasi contenuto.

Diritti umani. In questo caso, il secessionismo esegue un’operazione diversa: utilizzando un concetto giuridico di portata universale e di alto contenuto politico e persino emotivo, lo estende fino a fargli ricoprire circostanze alle quali non risulta applicabile. Ad esempio, la limitata violenza della polizia del 1 ottobre sarebbe “un attentato contro i diritti umani”, come lo sarebbe la stessa proibizione del referendum. Saremmo davanti a qualcosa di simile al “il male del superlativo” che denuncia Klemperer: un’esagerazione destinata a far passare qualcosa per ciò che non è. L’esagerazione, tra l’altro, è un’arma essenziale per modellare il vittimismo inerente a ogni nazionalismo.

Disobbedienza civile. Tale è la giustizia della causa indipendentista agli occhi dei suoi difensori che la resistenza all’applicazione delle leggi viene presentata come un caso di “disobbedienza civile” che metterebbe −è stato fatto il parallelismo− l’indipendentista ribelle allo stesso livello di Rosa Parks, la donna che si è rifiutata di occupare lo spazio riservato dai bianchi ai neri in un autobus del sud del suo paese nel 1955. Si indica in questo modo che il “popolo catalano” sarebbe oggetto di un’ingiustizia la cui grandezza giustifica la disobbedienza civile generalizzata, essendo prive di legittimità le norme provenienti dal “regime del 78” e ricavandosi quella legittimità esclusivamente dalla “volontà del popolo catalano”. Lo ha già detto Pep Guardiola: “La voce del popolo è più forte di qualsiasi legge”. E, pertanto, innanzi a un potere ingiusto, la disobbedienza sarebbe giustificata. Questa esaltazione ha la funzione aggiuntiva di eludere il supporto reale, insufficiente, alla secessione.

Dialogo. Se questa parola designa il mezzo più civilizzato per la comprensione reciproca e l’incanalatura dei conflitti politici, l’indipendentismo catalano la usa, invece, con un doppio fine: uno, dipingersi come pacifico e democratico innanzi all’intransigenza “di Madrid”, contrapponendosi spesso “fare politica” con “brandire le leggi”; l’altro, mascherare l’imposizione delle loro esigenze −siano esse lo svolgimento forzoso di un referendum di autodeterminazione o la negoziazione sui termini di un’indipendenza unilateralmente dichiarata− sotto la maschera della deliberazione con il pretesto di deliberazione democratica. È ben noto che il dialogo richiede determinate condizioni e ha certi limiti; Rajoy non mente quando dice che ci sono questioni che il Presidente del Governo non ha competenze per affrontare. Del resto, la fuga di notizie relativa a una “tabella di marcia” separatista dove si descrive chiaramente la strategia per “generare conflitto con lo Stato” conferma che i loro appelli al dialogo sono un diversivo e non l’espressione di una vocazione genuina di intesa all’interno del quadro costituzionale.

Facha. Termine peggiorativo di lunga traiettoria semantica in tutta la Spagna, è in origine una forma abbreviata e colloquiale per riferirsi al falangista o al difensore del falangismo, variante ideologica del fascismo che ha fornito sostegno alla dittatura franchista. Durante il periodo democratico aperto dalla Costituzione del 1978, è stato un dispregiativo largamente usato: se prima designava i nostalgici del franchismo, è passato spesso a descrivere gli elettori del centro-destra e i critici del nazionalismo catalano e basco. Il suo uso attuale da parte dell’indipendentismo costituisce quasi una parodia semantica, perché è finito per essere usato −a partire dall’identificazione della democrazia spagnola con una sorta di riedizione o proseguimento della dittatura− per denigrare qualsiasi avversario all’indipendenza, sia dentro sia fuori la Catalogna. È testimonianza della forza simbolica negativa che ancora oggi, quarantadue anni dopo la morte del dittatore, continua ad avere la sua figura. Abbiamo visto anche qualche graffito in proposito: “Franco è tornato”, si legge in alcuni muri di Barcellona.

Legittimo. L’indipendentismo non solo presenta la secessione come un fine legittimo (anche se non ha posto nell’ordine costituzionale spagnolo), ma deriva questa legittimità della mobilitazione popolare, come espressa nelle Diadas [Festa ufficiale catalana, NdT] annuali o nella partecipazione alle votazioni organizzate dai presidenti Artur Mas (la “consultazione partecipativa” del 9 novembre 2014) e Carles Puigdemont (il referendum dello scorso 1 ottobre). Si contorce così il concetto di legittimità politica, facendola dipendere da situazioni di fatto −la mobilitazione− e facendo passare per democratico ciò che è solo plebiscitario. In realtà, la legittimità democratica è un affinamento della legittimità fattuale (è legittimo ciò che crediamo sia legittimo, qualunque cosa esso sia) e della legittimità legale-razionale (quella che si plasma nelle norme vigenti), poiché affinché una certa istituzione o decisione siano legittime è necessario non solo che siano legali, ma che le procedure usate per instaurarla o approvarla siano democratico−liberali: rispettose della legalità costituzionale e dei limiti stabiliti per l’autogoverno in difesa dei diritti individuali e delle minoranze.

Oppressione. Al fine di giustificare la necessità dell’indipendenza e di vincere adepti alla causa, il nazionalismo si è abituato a descrivere la democrazia spagnola come una dittatura repressiva e accentratrice che viola gravemente gli interessi del “popolo catalano” e i loro “diritti umani”. A questo proposito, il nazionalismo è confluito con il discorso populista impiegato da Podemos sin dalla sua irruzione nella scena politica spagnola, che ha ruotato intorno alla denuncia del cosiddetto “regime del 78”, presentato come una continuazione del franchismo con altri mezzi. Questa oppressione spagnola −a volte semplicemente “castigliana”− sarebbe dimostrata in episodi o situazioni come il costante “furto” da parte dello Stato, politiche di accentramento che nessuno riesce a precisare o un “annullamento” dello Statuto di autonomia che non ha mai avuto luogo. E, naturalmente, dopo essere diventato evidente nella “brutale violenza della polizia” del 1 di ottobre (piuttosto ridotta, dati alla mano), questa oppressione dello stato sarebbe culminata nella “sproporzionata” e “antidemocratica” attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, con il quale si intende ripristinare la legalità costituzionale in Catalogna. Non è che Franco è tornato, è che a quanto pare non se ne è mai andato.

Prigionieri politici. Dopo la detenzione preventiva di Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, leader di Ómnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana, organizzazioni civili dedicate a promuovere la causa dell’indipendenza con generosi finanziamenti pubblici, per un presunto reato di sedizione che ha origine nella loro partecipazione entusiasta all’assedio agli agenti della Guardia Civil che −esercitando funzioni di polizia giudiziaria− perquisivano la sede del Ministero regionale dell’Economia lo scorso 20 settembre, l’indipendentismo si è affrettato a definirli “prigionieri politici”. Si tratta di una tattica comune dei movimenti sovversivi, come sappiamo per esperienza storica dei Paesi Baschi: si invoca un conflitto politico che giustifica la violazione delle leggi, al fine di presentare coloro che le violano come prigionieri politici e non come violatori del codice penale. Questa dimostrazione della crescente abertzalizzazione del procés no sarà l’ultima, come vedremo man mano che i giudici applicheranno le leggi: tutti gli imputati saranno prigionieri politici. In questo modo, la bontà delle intenzioni del secessionista («vogliamo solo votare») si proietta magicamente sulle sue azioni al di fuori della loro tipizzazione penale: un meccanismo tradizionale del pensiero rivoluzionario, abituato a non avere scrupoli quando si tratta dei fini “giusti”.

Protesta pacifica. O anche, a volte “mobilitazione pacifica”. L’enfasi è sul “pacifismo”: si presenta una esigenza incostituzionale che vulnera i diritti dei cittadini catalani non indipendentisti, che sono stati sistematicamente espulsi dallo spazio pubblico e designati come antidemocratici, o fachas, o cattivi catalani, come una pretesa legittima e inevitabile per il solo fatto di non essere violenta. Storicamente, questa natura pacifica contrastava con la violenza terroristica utilizzata dall’ETA nei Paesi Baschi: il nazionalismo catalano sarebbe diverso, anche se è esistito un gruppo terroristico (Terra Lliure) che ha commesso un omicidio e ha fatto diversi feriti durante l’attività andata avanti tra il 1978 e il cessate il fuoco dichiarato nel 1991. Tuttavia, questo carattere pacifico dell’indipendentismo potrebbe essere contestato. L’aggressività discorsiva mostrata verso i catalani non nazionalisti e l’uso di categorie esclusive per riferirsi a essi −alcune sono state sopra descritte− mirano a forme simboliche di violenza facilmente riconoscibili. D’altro canto, e almeno durante l’intensa ondata di mobilitazione che ha avuto inizio a metà settembre, abbiamo visto attacchi a sedi di partiti costituzionalisti ed episodi di angherie alla Guardia Civil e alla Polizia Nazionale. Ed è interessante, infine, che questa natura presumibilmente “pacifica” dell’indipendentismo sia presentata come un merito di riconoscimento obbligatorio: come se bisognasse ringraziarli di non sparare a nessuno.

Popolo catalano. Soggetto unico del discorso indipendentista, ente leggittimatore del diritto di decidere sottoposto da tempo immemore alla multiforme repressione spagnola, il “popolo catalano” è definito a modo populista: come comunità organica formata dai catalani buoni −che in questo momento sono solo i favorevoli all’indipendenza−, con esclusione di tutti gli altri e in lotta contro i nemici esterni che cercano, incessantemente, di soffocare la loro libertà. Questo Volk ha una sola voce e un solo rappresentante: la coalizione a sostegno della sovranità popolare che, nonostante la sua famosa diversità interna, si mantiene commoventemente unita nella difesa dell’indipendenza come unico epilogo possibile del non meno famoso procés. Quando il signor Puigdemont scrive le sue missive o pronuncia i suoi discorsi parla a nome del “popolo catalano” e del suo “desiderio di indipendenza” − formulato inequivocabilmente nel referendum dello scorso 1 ottobre con il suo relativo “mandato democratico” −occulta deliberatamente che non è mai esistita una maggioranza favorevole all’indipendenza superiore al 41% e che, pertanto, il “popolo catalano” non è il “movimento indipendentista”. I portavoce del Volksgeist hanno alle spalle una società fratturata e non “un sol poble”.

Repressione. In linea con la sua descrizione della democrazia spagnola, come dittatura neofranchista travestita da democrazia, l’indipendentismo descrive invariabilmente le azioni dello Stato in termini di “repressione”: del desiderio di votare, della singolarità della cultura catalana, dei diritti umani dei catalani, del loro pacifico esercizio della libertà di espressione e dei poteri della Generalitat. Ogni sanzione risultante dalla violazione delle leggi è presentata quindi come la reazione eccessiva isterica di un autoritarismo spagnolo. L’idea è che ogni sostenitore dell’indipendenza percepisca le azioni dello Stato come intrinsecamente repressive e, pertanto, antidemocratiche, il che legittima –in una reazione permanente– le azioni dell’indipendentismo. È l’obiettivo perseguito dalle campagne di “disobbedienza pacifica”, promosse dalla CUP o dall’Assemblea Nacional Catalana: la generazione di una reazione che possa essere adeguatamente confezionata e presentata come reazione eccessiva. Nel frattempo, si stabilisce una singolare contrapposizione tra democrazia e legge: solo la mobilitazione indipendentista sarebbe democratica; non lo sarebbero né la Costituzione (“non l’abbiamo votata”, come direbbe più di uno) né le leggi. Anche in questo caso, l’idea di democrazia plebiscitaria il cui nucleo è l’espressione della volontà popolare: tutto il resto è irrilevante.

Fermiamoci qui: il campione è, credo, sufficientemente illustrativo. Potremmo aggiungere alcune delle più recenti manovre retoriche, la maggior parte delle quali derivazioni del quadro generale che ho appena descritto. È il caso di molte delle risposte che ha ricevuto il ricorso del Governo all’articolo 155 della Costituzione: il signor Puigdemont ha insinuato che lo Stato si è distaccato dalla legalità e la signora Forcadell ha definito la norma incostituzionale, mentre altri hanno fatto riferimento a un colpo di stato perpetrato dallo Stato e hanno addirittura denunciato una sospensione in toto della democrazia. Lo schema è sempre lo stesso: inversione del senso stabilito delle parole; politicizzazione del linguaggio per fargli dire ciò che conviene ai nostri fini; sentimentalizzazione polemica destinata a causare indignazione e rafforzare l’appartenenza aggressiva alla comunità organica catalana. Ma vedendo fino a che punto siamo arrivati, non vi è dubbio che l’operazione psicopolitica del nazionalpopulismo è stata un successo.

Solo così si può capire questo peculiare colpo di stato incruento che si è verificato, prima, nel linguaggio. E che non è se non il prodotto della diffusione meticolosa −per mezzo del discorso e dei politici, le istituzioni e le organizzazioni civiche penetrate dal potere politico, i mezzi di comunicazione pubblici e il sistema educativo, la comunicazione orizzontale delle reti sociali− di ciò che Klemperer chiamava Sprachkrankenheit, o malattia della lingua. Poche volte è stata più pertinente la celebre frase di Humpty Dumpty: ciò che conta non è il significato delle parole, ma sapere chi comanda. A proposito di chi ha comandato in Catalogna, non abbiamo alcun dubbio; sul significato attribuito alle parole, neanche.

Chi lo sa? Forse un giorno arriverà un oscuro filologo catalano che, armato di un modesto blocco note, ci fornirà la cronaca minuziosa dell’assalto indipendentista al linguaggio.